Sa pippia birdi

Storiella sarda

 

Molto tempo fa, quando tutte le case erano di pietra lunare, vivevano in Sardegna due vecchi vecchissimi, tziu Mikei e tzia Arega. Erano più vecchi delle pietre, più legnosi delle querce, più rugosi delle tartarughe. Erano così vecchi che non avevano quasi più bisogno di mangiare. Ogni tanto succhiavano un frutto. Erano così leggeri che il vento, gonfiandogli le vesti, quasi se li portava via al volo come grossi insetti. Ma non avevano paura del vento di ottobre, né del sole che ruggiva in agosto, né dei tuoni e lampi di settembre. Erano i custodi delle tombe.
  
 
Ci piantavano fiori perché le anime dei morti si nutrissero del loro profumo e ci posavano sopra grandi pietre, perché le anime ci si potessero appigliare e si trattenessero sulla terra il più a lungo possibile, prima di cedere alla corrente che le portava via. Solo loro sapevano quali fiori servivano per ogni anima e quali pietre. Conoscevano gli uccelli in cui le anime a volte vivevano. Tziu Mikei e tzia Arega erano sempre in giro, fragili e scricchiolanti, parlavano con tutti gli esseri umani e gli animali, a chi voleva sapere raccontavano tutte le storie. 
 
 Solo la propria storia avevano dimenticato e non sapevano più se erano madre e figlio, marito e moglie o fratello e sorella.
 
 
Un giorno avenne una cosa stranissima: tzia Arega mise al mondo una bambina. Pieni di stupore tutti i paesani vennero a visitarla e videro una neonata sana e tranquilla, solo uno strano riflesso verdognolo della pelle li lasciò inquieti. Crescendo Zuanna diventò una bambina molto bella, di una bellezza che dava emozione, e aveva sempre quel bagliore verde sulla pelle. Quando i vecchi uscivano la lasciavano in custodia alle vecchie tartarughe, nell'angolo più remoto del giardino.
 
 
 
 
In quei tempi le donne andavano al fiume a lavare e i bambini a volte le accompagnavano per giocare e farsi il bagno. Lì nell’acqua la pelle cangiante di Zuanna diventava proprio verde e brillava come le squame dei pesci. Gli altri bambini la chiamavano “sa pippia birdi”, la bambina verde, e litigavano per starle vicini e giocare con lei. Ma Zuanna era timida e scontrosa come un animaletto selvatico.
 
“Cos’hai Zuanedda, che sei zitta zitta?” le chiedeva a volte ziu Mikei quando la vedeva incantata a guardare le nuvole. La bambina aveva due occhi giallastri che brillavano la sera come due stelle.
Una notte nel cuore della notte tzia Arega ebbe come una punta al cuore, un allarme silenzioso che la svegliò. Subito si alzò e andó a cercare Zuanna. La trovò in cortile che frugava tra le stoppie. Allora la vecchia si accorse che il corpo della bambina emanava una luce verdastra e fosforescente e capì che non era una bambina ma una jana. Tremando come una foglia corse da tziu Mikei, che dormiva sempre con un occhio solo e aveva già sentito tutti i movimenti in casa. “Mikei, diceva Arega, Mikei, già l’abbiamo fatta bella, abbiamo messo al mondo una jana”.
Le janas a volte facevano nascere le loro figlie nel mondo umano, perché si facessero amiche dei bambini più belli e li attirassero, in un momento di distrazione dei grandi, lontano dal paese. Poi li chiamavano con voci bellissime e se li portavano via nelle loro case di roccia.
Tziu Mikei non restò molto tempo pensa pensa. Senza dire niente si coprì col suo mantello e si avviò verso la montagna. Il vento dormiva ancora. Tziu Mikei conosceva le pietre una per una. Sapeva dove si aprivano fessure che portavano dentro la terra e cominciò a chiuderle con grandi massi e piccole pietre, finché non ci passava più neanche l’aria. Erano le case delle janas, che, al vedersi sbarrate dentro, strillavano e mugolavano come maialetti spaventati. Ma tziu Mikei non si lasciò impressionare.
Quando stava per chiudere l’ultimo foro, ecco che ne sbucarono con gran fracasso e stridio le janas una dopo l’altra, spingendosi e ruzzolando, aggrappandosi l’una all’atra. Erano moltissime, con vestiti di tutti i colori e la pelle verde fosforescente. Rimasero lì a guardarlo arrabbiatissime e piangenti. “Ci hai distrutto le nostre case” dicevano con una vocettina finissima. “Sì, disse Mikei, perché voglio che ve ne andiate da qui. Non so cosa avevate in mente quando ci avete mandato Zuanna, ma ormai lei è mia figlia, lasciatemela stare. “ “Ma è nostra sorella e nostra figlia” dicevano le janas confuse. Tziu Mikei non sentì ragioni. “L’avete mandata da noi, no? Quindi starà con noi. Andatevene lontano, ma lontano…”
Tziu Mikei tornò a casa che il cielo era schiarito. Nel cortile la piccola Zuanna dormiva con le tartarughe. Una delle janas bambine era venuta a salutarla, ma appena vide il vecchio fuggì via.“Zuanna resta con noi” disse Mikei ad Arega. E i tre vivono ancora lì, in quel paesino della Sardegna. I due vecchi sono sempre più leggeri e più piccoli che sembrano due cicale, la bambina è sempre più verde e splendente, come una farfalla.
FINE

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